Mamma, racconta! 


Quando alla sera vado a letto, chiedo sempre alla mamma di raccontarmi qualche cosa. Spesso mi racconta una favola, altre volte invece mi parla di quando lei era bambina e, come me, amava ascoltare le favole. L’altra sera mi sono fatta ripetere uno dei racconti che preferisco e che la mamma amava farsi raccontare da sua nonna.

Una volta a settimana, infatti, mia mamma, bambina come me, poteva dormire nel lettone della nonna Genia. Si metteva sotto alle lenzuola candide di lino, che profumavano di pulito ed erano fresche e ruvide a contatto con la pelle; sprofondava la testa negli alti cuscini di piuma e aspettava: la nonna Genia, arrivava dal bagno, con la sua camicia da notte bianca, lunga fino ai piedi, l’asciugamano sul braccio e la lunga treccia - che di giorno portava raccolta sulla nuca - sciolta sulla schiena. Si avvicinava allo specchio, apriva un barattolo di ceramica bianco, alto e stretto e si spalmava un po’ di crema sul viso, sempre la stessa, tutte le sere.

Poi scioglieva la treccia e spazzolava lentamente i capelli; chiedeva, sapendo già la risposta: “Cosa vuoi che ti racconti?” E la mamma, che non aspettava altro, rispondeva: “Voglio quella di Tonio e Gigèn”.

La nonna sorrideva, si metteva a letto, spegneva la luce e cominciava a raccontare…

“Abitavano in paese, ma un po’ fora, in campagna, due amici, Tonio e Gigèn. Tonio era furbo e l’era un plandron, mentre Gigèn l’era propi cuion. Allora, non era facile trovare da mangiare e per guadagnarsi il pane bisognava lavorare sodo, ma ahimè, Tonio era troppo stanco di far niente per avere voglia di lavorare e Gigén faceva sempre tutto quello che faceva Tonio, cioè niente. Così una sera, in cui la fame faceva borbottare lo stomaco, Tonio convinse Gigèn ad andare a rubare le galline nel pollaio di Carlòn, che, intanto, di galline ne aveva tante. Spiegò a Gigèn che era un gioco da ragazzi, bastava entrare nel pollaio, prendere una gallina, passarla a lui (che aspettava fuori) e metterla nel sacco; poi rientrare, altra gallina e giù nel sacco e così via. Alla fine avrebbero venduto le galline al mercato e racimolato un bel gruzzoletto. Siccome Gigèn era proprio tonto, continuava ad accennare di si con la testa, contento di avere la parte più importante nell’impresa.

Era sera, in campagna regnava il silenziò, Tonio raccomandò a Gigèn di fare piano, di non far schiamazzare le galline, perché altrimenti il cane di Carlòn si sarebbe svegliato e allora anche Carlòn si sarebbe svegliato e Carlòn aveva un fucile e a quei tempi si sparava ai ladri di galline!

Gigèn si sentiva pronto: tagliò la rete del pollaio e sgattaiolò dentro. Tonio era fuori, con il sacco aperto, tutto procedeva perfettamente. Ma improvvisamente un urlo squarciò il silenzio della notte: ”Ca’ la peia bienca o ca’ la peia negra? (la prendo bianca o la prendo nera?). “Sssss - disse Tonio - peila me che ta voe basta che ta taàs“ (prendila come vuoi, ma taci).

Silenziosamente Gigèn portò fuori una gallina, la mise nel sacco di Tonio e rientrò furtivamente nel pollaio, lasciandosi alle spalle le raccomandazioni di Tonio di non far rumore.

Ma come fu dentro:”Ca’ la peia bienca o ca la peia negra? ”Peila me che ta voe, basta che ta tas” rispose Tonio.

Il cane di Carlòn aveva drizzaato le orecchie ma tutto sembrò tornare tranquillo; al terzo: ”Ca la peia bienca o ca la peia negra?”, però, il cane cominciò ad abbaiare rabbiosamente, si accese la luce alla finestra di Carlòn e due canne di fucile apparvero al chiarore della luna. C’era di nuovo silenzio. Tonio tremava con il sacco di galline in mano, Carlòn rimaneva alla finestra col fucile puntato e l’aria minacciosa, Gigèn, all’interno del pollaio, non aveva ricevuto risposta e quindi, pensando che Tonio non lo avesse sentito, urlò,ancora più forte: ”Ca la peia bienca o ca la peia negra?” Fu un baccano totale: il cane abbaiava, il fucile sparava e i pallini sibilavano vicino alle orecchie di Tonio, le galline impaurite schiamazzavano e volteggiavano nell’aria le piume che perdevano nella gran confusione.

Tonio, sempre col sacco in mano urlava verso Gigèn: ”Scapa, cuion dun cuion”.

Non si sa bene come finì quella notte, ma il giorno dopo, i due amici, uno con la gamba destra fasciata e l’altro con testa e piede bendati, giravano per il paese dicendo a tutti di essere caduti giù da un rivone.

Carlòn aveva recuperato le sue galline, il suo cane era stato premiato con un bell’osso , Tonio e Gigèn continuavano ad avere lo stomaco che brontolava.

La gente del paese, quando incontrava quei due, sorrideva sussurrando: “Ca la peia bienca o ca la peia negra?”

Maddalena Cagnone

 (classe III A, scuola elementare di Viguzzolo)